La scuola non può essere regionalizzata. Intervista a Francesco Sinopoli

 

Per Sinopoli, segretario generale della Flc, istruzione e formazione devono rimanere competenza dello Stato centrale. E invece per affrontare la pandemia "il governo, abdicando alle sue funzioni e lasciando tutto in mano alle Regioni, si è reso responsabile della frammentazione che si è creata"

Sulla scuola si sta giocando una partita tutta politica. Ma politica nel senso deteriore: strumentalizzazioni, polarizzazioni ideologiche e anche regionaliste su “aperture” e “chiusure”. Scontri tra tifoserie che non giovano a studenti, famiglie e lavoratori. Affrontare la realtà, capire quel che c’è da fare per tenere insieme diritto all’istruzione e alla sicurezza: questa è la “ricetta”, se così si può dire, che secondo Francesco Sinopoli, segretario generale della Flc Cgil, andrebbe adottata. “Bisogna uscire da queste logiche – osserva –. Sin dall’inizio della pandemia abbiamo investito tutto il nostro impegno, come Flc e Cgil, nel costruire le condizioni per un rientro a scuola in presenza. E lo dicevamo quando tutti si sperticavano in elogi della dad, che per noi, per i motivi che abbiamo detto più volte, non potrà mai essere equivalente alla scuola in presenza e che anzi rischia di incrementare, nell’immediato, l’abbandono scolastico e, a seguire, di abbassare ulteriormente i livelli di istruzione (nel 2019 il 13,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni aveva non più del titolo di scuola secondaria di I grado). Detto questo bisogna però essere chiari e non leggere in modo sbagliato la realtà”.

In che senso?

Innanzitutto nel senso che dobbiamo ricordare che le scuole non sono affatto chiuse e non lo sono mai state, anche quando erano costrette alla dad. Non dobbiamo dimenticare l’enorme sforzo fatto dai lavoratori della scuola per rendere gli ambienti sicuri e per attuare rigorosamente procedure e protocolli a garanzia della salute di tutti. Inoltre le scuole del ciclo primario funzionano in presenza in quasi tutto il paese e le stesse secondarie sin dall’inizio dell’anno scolastico hanno mantenuto in presenza – con grandissima fatica – i laboratori. Insomma, la realtà è articolata e non si può ridurre alle semplificazioni delle opposte tifoserie e a una logica strumentale che punta spesso al consenso delle famiglie o dei lavoratori, come è evidente in certe decisioni prese da alcune Regioni basandosi su dati sanitari su cui però non c’è alcuna certezza ma solo presunzioni.

Ti riferisci in particolare alla Puglia dove è stata addirittura lasciata alle famiglie la scelta di mandare o no i propri figli in classe?

Una decisione incredibile che trasforma la scuola in un servizio a domanda individuale.

Non pensi che la responsabilità di queste situazioni un po’ impazzite sia anche del governo centrale?

Penso proprio di sì. Decisioni di questo tipo non possono essere lasciate alle Regioni. Le differenze territoriali sono un dato storico, ma oggi vediamo una accelerazione a partire da diritto all’istruzione. La grande responsabilità politica che imputo al governo è di aver alimentato nei fatti il regionalismo differenziato. Il forte conflitto istituzionale tra poteri, centrale e locali, è come se nascondesse un patto tacito tra il governo e i presidenti di Regione: voi concedete all’esecutivo l’ampio ventaglio di poteri che si legittima con lo stato di emergenza, e io vi lascio mano libera su alcune materie. Il precipitato storico di questo patto scellerato è di fatto una sorta di neo-federalismo nascosto e non formalizzato, nel quale i presidenti si fanno chiamare sempre più spesso “governatori”, le decisioni politiche e istituzionali dell’esecutivo sono sempre sub iudice e si è alimentato il potere di intervento su materie finora sconosciuto alle stesse Regioni. A questo si è aggiunto il conflitto proprio sul ritorno alla scuola in presenza il 7 Gennaio chiaramente finito nel tritacarne della

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